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venerdì 25 giugno 2021

Forse non c'è davvero mai una situazione in cui non gli facciamo niente

Tra i tanti messaggi arrivati in questi giorni dagli ex alunni alle prese con i vari esami o dai loro familiari, ce n'è uno che mi ha ricordato una cosa importante. Non esprime gratitudine per gli apprendimenti, ma per avere insegnato alla propria figlia a lavorare con gli altri e la cura per l'altro, che si sono fatti pratica costante, diventando parte di lei.
Ho pensato allora che se è vero che ci sono tante situazioni - e questa lo è - in cui un insegnante sa bene che "i risultati" sarebbero arrivati comunque, in qualunque scuola, con qualunque insegnamento, c'è qualcosa che facciamo e che possiamo fare anche con chi ha meno bisogno di noi. Ed è proprio costruire il dialogo continuo tra storie diverse, insegnare il fare insieme e educare a prendersi cura l'uno dell'altro.

Sono messaggi, questi, che mi dicono ancora di più quanto certe scelte educative e didattiche contino.
Se la scuola che facciamo, le strategie che incontriamo possono non modificare gli apprendimenti che arriveranno, cambiano la persona che sarò.

Grazie a chi questa mattina me l'ha ricordato e grazie a quei bambini e a quei genitori che fanno sì che certe convinzioni e certe pratiche si spostino a creare quelle belle contaminazioni che i progetti di continuità faticano ad accogliere.

Peccato che tutto questo, che dovrebbe essere così importante per costruire una società solidale, sfugga all'interesse dei valutatori, così come sfugge ai più il valore di quel tanto tempo invisibile che costituisce il più prezioso degli investimenti.

Per me, la scuola è questo. È quella che mette al centro la Cittadinanza giorno dopo giorno e che guarda a questa come la competenza delle competenze.

venerdì 18 giugno 2021

Questo è il successo formativo

Questo è il successo formativo. Quella cosa che avviene quando davvero la scuola prende qualcuno da una situazione e lo restituisce in un'altra.
Sono le parole che mi sono trovata in bocca oggi, mentre, tra i tanti messaggi arrivati da ex alunni che chiudono i diversi percorsi, ho ricevuto la foto che ritrae una mamma raggiante, tra due delle sue figlie.
È il giorno del diploma della figlia maggiore. Liceo scientifico.

Ma questa non è una storia qualunque.
E io mi emoziono mentre mi tornano in mente gli anni della sua scuola primaria.
Una bambina con poca confidenza con la nostra lingua. Una classe in cui qualunque colore era un valore. Una preziosa compagna di banco, sempre disponibile, modello per lei e per tutti. Una mamma che, nonostante la giovane età e una cultura tanto diversa, vuole che le figlie studino e possano vivere bene in questo luogo e in questo tempo. Una scuola impegnativa, ma arricchita con tante esperienze, e poi libri, musei, cinema, teatro e viaggi... di quelli con i soldi guadagnati con la classe, perché "si parte solo insieme".
E tanta disponibilità nel tempo dopo e nei diversi passaggi, ma anche porte chiuse quando: - No, qui non hai bisogno di me. Devi solo studiare. Ce la fai da sola.

E così oggi respiro questa gioia che è un'eccezione, ma vorrei che non lo fosse.
È il risultato di quando si combinano insieme: scuola, famiglia, famiglie, determinazione. Tanta determinazione.
Cosa sarebbe uno solo di questi aspetti senza l'altro? Credo niente.

E intanto sono qui che accanto all'immagine della ragazza bellissima e gioiosa con i fiori in mano, che mi ha raggiunto oggi, mi coccolo un'altra immagine: è lei bambina. Mentre i compagni, alla ricreazione, giocano spensierati all'ombra del piazzale di San Francesco, lei si siede sui gradini, vicina vicina a me, foglietti e penna appresso. - Maestra, possiamo fare un po' di divisioni? Non le so fare ancora e io le voglio capire bene.

Auguri A. Non immagini quanto io sia felice.

martedì 25 maggio 2021

A proposito di valutazione

Ieri, in classe, eravamo alle prese con la valutazione tra pari dei video realizzati per invitare gli altri compagni della scuola alla partecipazione alla nostra indagine sui consumi digitali.

Ha funzionato così: la scorsa settimana, completato il questionario, abbiamo deciso di accompagnarlo con un video (anche se siamo tornati in presenza, le regole di contenimento del Covid non ci consentono di andare nelle altre classi). Così, abbiamo stabilito le caratteristiche che avrebbe dovuto avere, rifacendoci alle esperienze precedenti, e abbiamo costruito il testo in forma collaborativa (era importante essere sicuri che contenesse tutte le indicazioni utili). Al termine, abbiamo individuato i criteri - appuntandoli sulla LIM - sulla base dei quali avremmo valutato i video per poter fare la nostra scelta.

A quel punto, io, sulla base di quanto fermato con uno screenshot, ho preparato lo strumento per la valutazione che questa mattina ho illustrato ai bambini.

Arrivato il momento di aprire il padlet con i lavori realizzati, ho proposto l'organizzazione: visione di un video alla volta - erano sette - e valutazione di ognuno subito dopo.

Perciò ho distribuito i moduli, dove i bambini dovevano esprimersi per ogni criterio e, al solito, scrivere, in uno spazio dedicato, i loro consigli per i compagni.

Una proposta ormai familiare ai miei bambini, che viene solo rimodellata a seconda di ciò che si valuta.

Durante la visione del terzo filmato, incuriosita dalla vista di un braccio allungato per sospendere la ripresa, chiamo da parte la bambina che lo aveva realizzato e scopro che ha organizzato e gestito tutto completamente da sola.

Così, mi ha raccontato che, prima di ogni cosa, ha sistemato un po' la stanza perché era troppo in disordine e che poi si è posizionata vicina alla tv. Voleva poter attaccare una ciabatta alla presa perché, dato che ormai era tardi e il video veniva troppo buio, ha pensato di aiutarsi con la luce di una lampada. Poi ha cercato dove incastrare il tablet perché stesse fermo e fosse alla sua altezza e, infine, ha preso il suo scrigno portagioie per posizionarci il foglio sopra, in modo che, se si fosse dimenticata qualcosa, avrebbe potuto leggere senza che nessuno lo notasse. Mi ha anche detto di aver fatto le riprese più volte, perché ogni tanto sbagliava; poi, quando le è sembrato che andasse bene, lo ha caricato. In un secondo momento, si è anche resa conto di un nuovo errore, ma ormai aveva già messo il video sul padlet e le sembrava che rifare tutto fosse un po' troppo.

A quel punto, veramente colpita da tanta autonomia e dalle strategie messe in atto, le ho chiesto di spostarsi un attimo fuori dalla porta con me; ho acceso il registratore del mio telefono e le ho chiesto se poteva raccontarmi di nuovo tutto, senza tralasciare nessun particolare.

Così, ora sono qui che la riascolto soffermandomi sui tanti dettagli e penso a quanto contenga ogni aspetto che mi ha raccontato a livello di autonomia e di ricerca di soluzioni, senza che niente di tutto questo trovi spazio tra i criteri stabiliti.

E io appunto e rifletto, sempre più catturata dalle tante informazioni che i bambini mi offrono sulla loro autonomia che cresce e sul loro pensiero e di quanto per me sia sempre più importante trovare il modo di raccogliere proprio questo, per tornarci con calma e guardare a loro in modo completo.

venerdì 14 maggio 2021

Didattica a bassa direttività: la strada che vedo, la strada che percorro

Venerdì 14 maggio, ore 10:00

Pausa di un'ora nella mia attività didattica di oggi su digitale. I bambini, al momento, sono impegnati con l'attività di religione o di alternativa, e io sono qui che, ancora una volta, faccio fatica a trattenere l'emozione di ciò che ho osservato questa mattina, durante i primi cinquanta minuti di attività.
Davanti a me, i bambini, organizzati in stanze, impegnati a completare le risposte alle domande sui consumi digitali che hanno preparato loro stessi per la nostra indagine destinata ai compagni della scuola. Devono testarle e individuare, tra le risposte, le voci da inserire nel questionario che abbiamo deciso che sarà prevalentemente a scelta multipla per facilitare la raccolta e l'elaborazione dei dati.
Nel mio schermo ho tutte le stanze, compresa la plenaria, nel caso in cui qualcuno abbia bisogno di me, ma attivo l'audio di una alla volta e mi immergo, tanto che faccio fatica a spegnere per attivare l'audio della successiva. I coordinatori svolgono il compito in modo impeccabile e i gruppi si sono autogestiti per gli altri incarichi. Ogni tanto si divaga - e meno male, visto quello che arriva - ma c'è sempre chi riconduce al compito. Le domande sono sulla chat, le risposte nei blocchi personali delle bozze. E c'è un gruppo che è arrivato alla fine del lavoro. Così decido di trattenermi di più mentre rileggono ogni domanda e le risposte. Sono stati raccolti i pensieri di tutti tutti. Io osservo: organizzazione, attenzione alla consegna, la loro capacità argomentativa, il linguaggio, i consigli che offrono e raccolgo informazioni sui loro consumi digitali di cui sapevo poco o niente e nomi di applicazioni che so già che non saprò nemmeno scrivere.
Così sono qui che ragiono su una scuola che ancora separa, quando per tanti è diventato praticamente l'unico luogo in cui stare insieme attorno a progetti comuni. Penso al valore dei loro scambi tra pari, di come si supportano, delle contaminazioni. E penso che questo che ho davanti oggi, già da solo, trasforma la scuola in un'altra cosa.
Eppure siamo ancora lì. Agli alunni distanti, alla collaborazione tenuta fuori a vantaggio della competizione e della classificazione - Non aiutatevi, devo capire che cosa sai fare tu, proprio tu, da solo - all'errore demonizzato, al controllo costante dell'adulto.
Chi mi conosce sa che c'è una parola che ripeto di continuo e che trova spazio in tanti incontri che organizzo. Questa parola è "costruire". Ecco, per me la scuola è questa. È quella che costruisce, che mette insieme, che riconosce il valore aggiunto dell'apprendimento collaborativo, senza che gli insegnanti vengano meno al ruolo di creare contesti, mettere a disposizione materiali, guidare la metacognizione e gli approfondimenti.
Per me la scuola è quella che non ha fretta di valutare, ma è luogo in cui si osserva molto, di continuo, e con le osservazioni guida, sostiene, offre strumenti su misura. Ma sa aspettare. Sa che certe conquiste hanno bisogno di tempo. Di fiducia.
Ieri sera, ero con tante insegnanti, genitori, dirigenti, studenti universitari a ragionare di Cittadinanza. E parlavamo di una cittadinanza che non può stare racchiusa in un'ora dedicata all'educazione civica, ma che si costruisce giorno dopo giorno.
Oggi, sempre con più chiarezza, so che, per farlo, più di qualunque altra cosa, conta chi scegliamo di essere e la scuola che facciamo.
Sono felice di avere scelto di documentare tutto questo in modo puntuale. Essere su digitale mi ha offerto la possibilità di una documentazione impossibile in presenza, non con i nostri strumenti. E io sento di avere un tesoro fra le mani perché questi materiali dicono più di qualunque libro.
Basta sostare davanti a queste immagini vive per leggere il valore aggiunto della bassa direttività e fugare ogni dubbio.
È un lavoro impegnativo, certo, ma io, che pure vivo nel dubbio continuo, sento che la strada è questa.

sabato 8 maggio 2021

Gli adulti che siamo

Non entrerò nel dibattito acceso da due nuove settimane di chiusura delle nostre scuole. Le responsabilità sono tante e diffuse e io sento il bisogno di fare quello che ho imparato nelle situazioni in cui vedo le certezze cadere a pezzi: tengo il timone dritto.

Ma certo vivo il dispiacere grande, da una parte, di una politica dallo sguardo troppo corto e, dall'altra, della completa assenza di senso civico e di attenzione e cura del bene comune.

L'anno scorso abbiamo faticato molto, ma ogni cosa è stata compensata dall'aver tradotto la fatica in impegno e dall'esserci scoperti una grande forza nello stare uniti. Quest'anno, siamo al tutti contro tutti. Davanti, un panorama che mi dà immensa tristezza.

Il problema più grande dei nostri bambini, oggi, non è ciò che stanno perdendo, ma gli adulti che hanno davanti. 

La rabbia, le parole urlate, le regole aggirate, l'incapacità di assumersi responsabilità. E l'assenza completa di vedere l'altro. Perché ci sono drammi silenziosi accanto a noi, di chi vive situazioni difficilissime, rimaste invisibili. E io, per questo, mi vergogno di quello che siamo e dell'incapacità senza speranza di guardare ciò che conta.

giovedì 6 maggio 2021

Nonostante tutto... la bellezza

Nonostante gli anni di servizio.
Nonostante la stanchezza immensa dovuta alla fatica del periodo.
Nonostante il nostro ritorno in dad.
Nonostante... il mio lavoro ancora mi emoziona, tanto da non stare nella pelle quando so di essere davanti a un'immensa bellezza.
E, senza voler essere presuntuosa, davanti alle pratiche che si fanno risposta alle tante discussioni di mesi e mesi.
Oggi, dopo un percorso propedeutico, avviato mercoledì: analisi di una serie di grafici per scoprirne scopo e caratteristiche, siamo partiti con un'indagine sui consumi mediali, che ci ha visto intercettare obiettivi e metodo. 
 

 
La palla è passata ai bambini (otto anni; non riesco mai a prescindere dalla loro età e dai loro vissuti di questo tempo): organizzati in sottogruppi e individuati i facilitatori, a loro il compito di ragionare sulle domande per costruire un questionario da proporre a tutti i compagni della scuola, utile per la registrazione delle informazioni, per la quale predisporremo una tabella, ed elaborare dei grafici per comunicare gli esiti. Una parte del mio piano di lavoro che, quest’anno, è stata penalizzata.
Così, dopo una plenaria aperta con un brainstorming per ripercorrere la fase precedente, sono iniziati i lavori.
 
 
 
A me un ruolo completamente esterno, che mi ha consentito di visualizzare le stanze una alla volta e osservare organizzazione e ragionamenti. Rari i miei interventi, se non quelli per sbloccare qualche situazione particolare o aiutare a rimettere a fuoco l'obiettivo e a tener conto dei tempi stabiliti.
A osservare, con me, sempre con ruolo esterno, ma con ingresso nelle stanze una ad una, un'altra studentessa, Claudia, che è con noi in questo periodo (quest'anno il tirocinio è possibile solo per una studentessa per volta e, nonostante questo, nessuna si è risparmiata la quarantena).
Conclusi i lavori, nuova plenaria per la restituzione.
Un gruppo per volta, tramite il facilitatore e l'incaricato degli appunti, ha riportato le informazioni in merito a: organizzazione, collaborazione e domande formulate che io avevo cura di riportare immediatamente su file perché venissero visualizzate e analizzate da tutti per eventuali osservazioni. Così si è parlato di pertinenza, di contenuti, di linguaggio... 
 
 
Ad assistermi Chiara, una delle mie bambine, in modo che la comunicazione fosse ben regolata anche durante la condivisione dello schermo.
Infine, il mio compito: estrapolare gli aspetti più importanti emersi, metterli a fuoco con i bambini, fermarli e offrirglieli per riflettere ancora in vista del lavoro che ci aspetta domani: ritornare su tutte le domande, raggrupparle per tipologia, selezionarle e costruire un unico questionario da sperimentare prima di tutto tra di noi, ancora nei piccoli gruppi.
Vediamo.
Intanto la mia emozione esplode nell'avere avuto l'intuizione di documentare tutto puntualmente e nell'essere consapevole di avere in mano la teoria che si fa pratica.
Giorni in cui il senso delle scelte è davanti agli occhi insieme agli effetti.
Adesso è tempo di stare concentrati e di proseguire, poi deve arrivare quello del condividere. Non sono esperienze da tenere solo per sé.

mercoledì 14 aprile 2021

A proposito di occhi bendati

Ne abbiamo parlato a lungo lo scorso anno: mentre ci ritrovavano dentro una situazione senza precedenti, la scuola, messa su la didattica a distanza, dopo una buona dose di lezioni frontali, interrogava e proponeva verifiche. Anche alla primaria. 

Cose che accadono quando si smette di chiedersi a cosa serva la scuola e quale sia il nostro compito. Quando non si è conquistata la capacità di attenzione al contesto e ai vissuti di chi apprende.

E ora, davanti alla notizia di una nuova interrogazione a occhi bendati, siamo allo sconcerto generale.

Ma cosa potevamo aspettarci da una scuola che si è occupata di tutto, ma è ripartita senza prendersi il tempo per rileggere ciò che durante il primo lockdown è stato messo in piedi in tutta fretta?
È sufficiente soffermarsi a guardare i contenuti di alcune sezioni dei vari Piani per la didattica digitale integrata e le preoccupazioni più diffuse che li hanno guidati saltano subito all'occhio. Documenti che dicono tanto su che scuola siamo e sull'incapacità di ripensarsi a partire dalle fragilità che sono state subito evidenti.

Eppure noi, ben prima di valutare, dovremmo avere il compito di aiutare i ragazzi a crescere (come ben scrive Regi Palermo), in un clima di fiducia, aggiungo io, costruendo autonomia e responsabilità.

Eppure, mentre noi siamo qui che discutiamo di occhi bendati durante un'interrogazione, ci sono tante altre bende che andrebbero rimosse.

Sono quelle di chi, in piena pandemia, con scuole e classi che aprono e chiudono tra colori e quarantene, famiglie in grave disagio economico e psicologico, docenti e studenti stremati, sta mandando circolari con il "cronoprogramma per la somministrazione delle prove per classi parallele".
Ne ho letto con attenzione una che mi è stata mandata ieri sera e mi sono chiesta: ma ci si è accorti dentro che cosa siamo? Come è possibile esprimere questo davanti alle evidenti difficoltà di essere accanto ai nostri studenti come meriterebbero e di garantire il nostro compito in modo adeguato?

È sconcertante osservare che anche ora, la scuola, scoperchiata come non mai, sia incapace di tornare al suo compito e di scegliere cosa mettere al primo posto. 

Perciò non stupiamoci troppo delle bende che si vedono: sono solo l'effetto di troppa cecità laddove, più che in qualunque altro luogo, si dovrebbe essere capaci di guardare lontano.

martedì 13 aprile 2021

Non stancarti mai di seminare

 
Ieri, a chiudere il tirocinio, dopo quattro anni insieme, tre con l'attuale classe, è stata Chiara. Quando fai scuola sperimentando nuove strade, riflettendo di continuo sugli effetti di ogni scelta, di ogni proposta, su ogni fatto che semplicemente accade e sulle vite che ogni giorno mostrano qualche nuova parte di sé, una studentessa attenta diventa presto una presenza preziosa. Sono altri occhi che osservano la stessa realtà, riflessioni che con te smontano e regolano; attenzione a ciò che nasce, a ciò che cresce. Emozioni che ti sorprendono nello stesso momento e costruiscono vicinanza e amore per questo mestiere così difficile ma così privilegiato.

Così è stato con Chiara, alla quale ho aperto senza riserve, facendole conoscere il mio essere maestra nelle pratiche, ma anche ogni rilettura e ogni fatica. E sempre l'importanza di farsi sorprendere dalla bellezza, di farle spazio. 
 
Ci siamo conosciute attraverso le riflessioni, i nostri sguardi posati sui bambini nello stesso momento, il dolore per le loro sofferenze, la gioia per le loro conquiste, lo stupore per la profondità e la pienezza delle loro parole. E soffermandoci insieme su tutto ciò che è nato, laddove nessuno avrebbe scommesso niente.

Sarà difficile dimenticarmi di te, alla ricreazione, mentre sorprendi N., proprio N., che si ritaglia il tempo per scrivere un libro. - Ma hai visto? N. sta scrivendo un libro! Mi ha detto il titolo e mi ha chiesto come può farlo diventare un libro vero.
Proprio come me hai cercato lo scatto. Non è una foto, noi lo sappiamo, non ai nostri occhi. Per te è una conquista che nessuno avrebbe creduto possibile. Per me ciò che dice che maestra sei già.

Grazie Chiara. Avrei potuto salutarti raccontando della tua unità sul bullismo, snodata tra il bellissimo silent book di Vanessa e il role-play, valorizzando quel fare insieme di cui hai respirato la forza, ma il tuo essere maestra lo avevo già visto ed apprezzato in tutto ciò che abbiamo condiviso in ogni giorno in presenza e tanto nel passaggio alla didattica a distanza. È con la tua complicità che ho sperimentato l'attività cooperativa su digitale, spegnendo le videocamere e osservando una realtà ancora nuova. È in te che ho trovato la mia stessa urgenza di dirci la meraviglia riempiendo ogni pausa e ogni dopo. 

A ogni bambino hai lasciato una piccola serra, con terra e semi e parole importanti, a me la bellezza che esplode nella semplicità che tu sai bene quanto amo.

Io ti rinnovo la mia gratitudine per ogni giorno condiviso, per ogni volta che mi hai fatto sentire meno sola, per aver accolto la mia fragilità insieme alla mia forza, per aver visto la fatica ma esserti fermata sulla bellezza. Per l'affetto grande che è nato. E per questa straordinaria complicità professionale che so che durerà nel tempo. Il mio bene è con te.

"E ricorda: se anche non dovessi raccogliere niente, non stancarti mai di seminare".
 
 

giovedì 8 aprile 2021

Che cosa sente davvero ognuno?

Ieri mattina, nella nostra cassetta della posta verde, quella che abbiamo in aula per raccogliere stati d'animo, pensieri e bisogni, ho trovato un biglietto: - Maestra, grazie infinite. Ho capito che io non sono inutile. Grazie.
Qualche giorno fa, una delle mie bambine, chiamandomi al suo banco, mi ha chiesto se poteva parlarmi un attimo. Io ho pensato a una richiesta comune, perciò mi sono semplicemente avvicinata.
- Sai maestra, io mi sento inutile.
Ho abbandonato ogni cosa e ogni altro pensiero e mi sono messa accanto.
- Cosa vuol dire, amore, in che senso ti senti inutile?
- Proprio come un oggetto che c'è ma non serve a nessuno. A volte mi metto anche in un angolo dove mi sento più tranquilla.
- Amore, le ho detto io, ma tu non sei affatto inutile, perché ti senti così?
- Perché molte volte non capisco le cose, faccio molta fatica.
- Ma questo non significa essere inutili. Ognuno ha i suoi tempi e noi tutti non abbiamo fretta e siamo qui per aiutarvi.
Non devi mai sentirti inutile. Pensa che io non riesco a immaginare questa classe senza di te. Senza la bellezza che ogni giorno porti con la tua gentilezza verso tutti, senza quello che tutti noi impariamo da te. A me non interessa se non sai fare tutto subito. Io voglio solo cercare sempre la strada per aiutarti.
E le ho raccontato le tante cose che porta tra noi.
Le sono scese lacrime silenziose. Le ho detto che ogni regola ha le sue eccezioni, perciò anche se non si potrebbe, l'ho abbracciata stretta.
Lei si è ammorbidita, mi ha detto che questa cosa l'ha detta anche ai suoi genitori e che pure loro sono rimasti molto sorpresi.
Visto come mi sono sentita io, da maestra, posso solo immaginare che cosa abbiano provato loro.
Le ho detto di non pensarlo mai, ma che ha fatto bene a dirmi come si sente perché è importante per me sapere che cosa prova e che cosa pensa.
È tornata a sedersi e io sono rimasta lì a pensare a quanto sia difficile, anche quando pensiamo di fare tutto il possibile, capire davvero come possa sentirsi un bambino.
Dopo un po' si è avvicinata a me e mi ha detto: - Sono più tranquilla, maestra. Non lo dirò più di sentirmi inutile.
E io le ho risposto: - Non preoccuparti di averlo detto, hai fatto bene. Ciò che desidero è che tu non lo possa pensare mai più. Perché tu sei molto preziosa e come ti senti conta più di ogni cosa.
Si è messa al lavoro - stiamo affrontando le divisioni in colonna - e le sono stata molto vicina per guidarla con gli strumenti che so esserle d'aiuto.
Mi sono interrogata molto, e lo sto facendo ancora adesso. Se si sente così una bambina amata da tutti noi, in una classe in cui al primo posto abbiamo messo la costruzione di un clima sereno, la cura e l'aiuto dell'altro. Dove non sono mai esistiti voti né giudizi, dove la competizione è tenuta fuori, cosa accade in altri scenari?
La verità è che non possiamo mai sapere che cosa senta davvero ognuno. Mi è stato consegnato un pensiero con una franchezza disarmante, come mai mi era capitato. Ma questo chissà quanto è dentro tanti dei nostri bambini, nonostante noi. Perché loro conoscono bene le loro difficoltà, senza bisogno che nessuno gliele mostri di continuo e si confrontano oltre ogni nostro confronto. Che male.

lunedì 15 marzo 2021

Didattica a distanza: una mozione

La nostra prima giornata in didattica a distanza di quest'anno inizia con una mozione di T., seguita alla condivisione dell'organizzazione a cui si è fatto spazio nella fase di apertura, all’interno dell’ora dedicata alle attività trasversali.
- Maestra, ma lo possiamo avere un tempo solo per noi, per parlare, per condividere delle cose nostre?
Io rispondo ricordando che hanno lo spazio "Chiacchiere in libertà" e che anche questi primi cinquanta minuti sono proprio come il nostro tempo al mattino in cui, con il programma della giornata e la lettura del libro (al momento, Lucy), ci sarà sempre anche il tempo dedicato alle condivisioni.
- No, maestra - riaccende il microfono - ma io intendo proprio una videoconferenza tutta per noi, per parlare direttamente e poterci mostrare le nostre cose.
Mi rendo conto che ha ragione. Chiacchiere in libertà è uno spazio di comunicazione asincrona e qui ci siamo sempre noi. 
Già... ciò che chiede T. è qualcosa a cui non abbiamo proprio pensato.
Mentre la testa è già impegnata a riflettere, spiego che per una questione di sicurezza - e illustro i possibili rischi - da soli in videoconferenza non possiamo proprio lasciarli.
Tuttavia, subito dopo, con uno sguardo d'intesa con Chiara, la tirocinante presente con noi, mi dico che questo è un bisogno che non si può proprio non accogliere. In quattro e quattr'otto propongo di integrare quindici minuti liberi a fine attività, dove però saremo presenti da esterne: videocamera e microfono spento.
T. Accetta. Il compromesso lo convince. È soddisfatto. E tutti sono felici con lui.
Così alle 12:00, completate le attività, i gruppi hanno potuto ritrovarsi, noi abbiamo assunto uno sguardo esterno e sullo schermo sono comparsi altri spazi della casa, animali, costruzioni, PlayStation... Di tutto di più.
Non tutti sono tornati in plenaria. Forse la decisione presa in itinere non è stata chiara. O, forse, le famiglie si erano già organizzate su questi orari.
Da domani, tuttavia, un nuovo quarto d'ora entrerà stabilmente nella nostra organizzazione e l'appuntamento sarà nella videoconferenza dello spazio "Chiacchiere in libertà".
Anche questa non è un'idea nostra. È arrivata da V., una delle nostre bambine, e ci è piaciuta subito. Uno spazio dedicato anche "fisicamente" e distinto da quello delle attività.
Che dire? Al solito condividere il programma e tutta l'organizzazione con i bambini non può essere un solo presentare e io sono felicissima ogni volta che loro ci aiutano a vedere ciò che sfugge al nostro sguardo.

Beh... come primo giorno in didattica a distanza non possiamo che essere soddisfatti. Ora seguiranno le attività autogestite.
Certo è che poter vedere gli effetti dell'esperienza a un anno di distanza è veramente interessante. Che questa quarantena avesse anche questo scopo? Chi lo sa… 
I bambini, comunque sia, dai loro otto anni, sono stati davvero straordinari, sia in termini di autonomia che di maturità. E questo va detto.

mercoledì 10 marzo 2021

Distacchi faticosi: il nostro saluto a Cristiana

 
I distacchi in classe nostra sono sempre difficili. Costruiamo legami, siamo fatti così. Credo che sia perché entriamo in classe tutti interi, e questa cosa è contagiosa, e perché finiamo sempre per andare un po' oltre. Cioè finiamo sempre per volerci bene.

Oggi è stato il giorno di salutare Cristiana, una delle nostre tirocinanti della facoltà di Scienze della formazione. Era con me sin dalla quinta dell'altro ciclo e con i miei attuali bambini ormai da tre anni, compreso il tempo della didattica a distanza. Oggi, che ha guidato un bellissimo lavoro sulle frazioni, era anche il giorno del suo saluto. Ed è lì che abbiamo sentito ancora più forte quanto fosse parte di noi.

Le prime a non trattenere la commozione siamo state io e lei, con le parole rotte dal pianto, poi i bambini. Quando è arrivato il momento di andar via, non potendola abbracciare, siamo ricorsi ancora al nostro saluto. Ognuno si è alzato in piedi e, mano nel cuore, le ha consegnato una parola. C'era tanto dentro quelle che sono state dette, e tanto negli occhi e nella voce di ogni bambino.
 
- Non bisogna implicarsi troppo. - Non conto più le volte in cui mi è stato detto.
Eppure oggi, ancora una volta, ho sentito quanto sia fortunato chi lo fa e quanto sia bello che siano così i bambini.
 
Ci mancherai, Cristiana, ma quanto è grande quello che abbiamo condiviso e quanto quello che è nato. Sei parte di questa storia e lo sarai sempre. È questa la bellezza degli incontri veri.
Siamo felici di sapere che la scuola accoglierà presto una maestra come te. Hai tutto quello che serve per guardare in profondità e per non essere mai tranquilla. Quindi, per essere Maestra davvero.
 

La filastrocca che ci ha donato Cristiana nel salutarci:

Filastrocca Libera

Libero, libera, liberi tutti
Libero l’albero e libero il seme
Liberi i belli di essere brutti
Le volpi furbe di essere sceme
Il fiume è libero d’essere mare
Il mare è libero dall’orizzonte
Libero il vento se vuole soffiare
Liberi noi di sentircelo in fronte
Libero tu di essere te
Libero io di essere me
Liberi i piccoli di essere grandi
Liberi i fiori di essere frutti
Libero, libera, liberi tutti.

(da Rima Rimani, Rai Eri, 2007) 

 

A presto con le immagini che ripercorrono l'unità didattica sulle frazioni, guidata da Cristiana.

mercoledì 24 febbraio 2021

Verso nuovi incontri formativi

Ho appena terminato la preparazione dei materiali per alcuni incontri formativi, focalizzati sulla valutazione (con particolare riferimento ad autovalutazione, valutazione tra pari e colloqui con i bambini) e sull'alleanza educativa con le famiglie.
Mi sto rendendo conto che sento sempre meno il bisogno di preparare slide, se non quelle che organizzano la struttura degli incontri e raccolgono i link alle risorse. Quello che faccio è sempre più un lavoro che mi porta a costruire percorsi di senso pescando direttamente dai materiali realizzati man mano e che sento vivi: i post del blog nati per documentare o riflettere; le foto, i tanti video, gli strumenti costruiti su misura.
Un lavoro impegnativo che mi porta a ripercorrere in modo sistematico, dal quale vengo fuori sempre esausta, ma che mi rimette davanti al senso di ogni scelta e all'evoluzione delle esperienze, effetto delle continue riletture.
Sono i momenti in cui colgo appieno i vantaggi del documentare in modo organizzato e il valore di quel tempo, di cui non so fare a meno, in cui mi fermo a riflettere, giorno dopo giorno, dando forma a quello che altro non è che il mio diario di bordo dalle molteplici forme.
Incontrare chi vuole conoscere la nostra esperienza e il pensiero che la guida, si traduce, quindi, sempre più nell'opportunità di maturare nuova consapevolezza. E mi piace che sia tutto questo ad accompagnarmi tra i colleghi, tra gli studenti e tra i genitori che mi invitano. È per me un modo di accogliere spalancando la porta e portandoli in classe tra i bambini, aiutando a vedere ciò che io vedo, ma anche pronta a interrogarmi aiutata da nuovi sguardi.

 

sabato 30 gennaio 2021

Quale direzione per la formazione?

Mentre, stamattina, ritrovavo queste tavole, che qualche anno fa avevo proposto per la riflessione in piccoli gruppi sul cambio di paradigma: didattica trasmissiva vs didattica a bassa direttività (Adro, 2016), non ho potuto fare a meno di ritornare a ragionare su un aspetto che mi sta preoccupando molto: la forma che sta assumendo la formazione a partire dal lockdown.

Quando la formazione era organizzata in presenza, infatti, ho sempre ritenuto condizione fondamentale la progettazione attenta dei momenti di riflessione e confronto dei corsisti nei piccoli gruppi, ben sapendo che noi docenti - proprio come i nostri alunni - ne sentiamo un grande bisogno.

Con la formazione in videoconferenza, anche per l'estrema facilità con la quale la si mette in piedi, e l'eccessivo numero di partecipanti a cui ci si rivolge, le proposte che contemplano momenti di riflessione e attività nei piccoli gruppi sono diventate rarissime, nonostante le breakout rooms li rendano possibili. Nei casi migliori, si può contare su un qualche coinvolgimento attraverso strumenti che consentono sondaggi di diverso tipo, o grazie alle domande, perlopiù gestite via chat.

Ritengo che questo sia un grande limite, soprattutto nel contesto scuola, in un momento in cui a essere messa in discussione è proprio la lezione frontale. Una grande contraddizione.

Per questo, credo che sia tempo, prima che raddrizzare il tiro diventi impossibile, che i professionisti che si occupano di formazione si interroghino sugli effetti di queste pratiche, che da straordinarie stanno diventando ordinarie, e studino e condividano poche, ma fondamentali caratteristiche, che possano diventare garanzia di qualità e strumento di orientamento.

Oggi l'offerta è enorme, ma siamo sicuri che sia tale da promuovere una qualche trasformazione?

Le immagini sono realizzate da JE.

venerdì 29 gennaio 2021

Nessuno cresce perché lo misuriamo spesso

Condivido questa bella infografica, realizzata da @viaggiopedagogico, su un'idea di @unamaestracentomaestre, per spiegare ai bambini (e alle famiglie) i livelli della nuova valutazione. Unica cosa: sostituirei il verbo studiare con il verbo imparare.

Colgo l'occasione per proporre una riflessione: ho già visto nascere strumenti per utilizzare questa valutazione nel quotidiano (fotocopie con i quattro simboli da inserire nei quaderni). Sono modalità che - facciamo attenzione! - non farebbero che riportare a una valutazione continua con forme che poco si differenzierebbero da quella numerica.

La nuova valutazione sposta l'attenzione sulla crescita. La crescita non si misura di continuo. Meglio, quindi, a mio avviso, costruire l'abitudine a un'osservazione continua, questa si, e a offrire feedback sulla specificità delle proposte, per poi soffermarsi a ragionare sulla crescita periodicamente, ripartendo dalla documentazione a disposizione raccolta con tanti possibili strumenti. Lo ha mostrato molto bene Sonia Sorgato nel secondo incontro di formazione del MIUR sulla nuova valutazione, rivolto ai docenti. Possono essere: diario di bordo, interviste, trascrizione di discussioni, osservazioni durante le situazioni di routine o di gioco, attività didattiche strutturate, analisi di produzioni individuali o di gruppo, raccolta di testi liberi...

Per quanto mi riguarda, credo che non avrei potuto fare scelta migliore, nei miei ultimi otto anni, di quella di liberare e di liberarmi di qualunque forma di valutazione legata a ogni singola prestazione (il riferimento è a voti o giudizi in qualunque forma). Se ne sono avvantaggiati tanto la serenità del clima di classe e la collaborazione tra gli alunni. Ampio spazio hanno assunto l'autovalutazione, la valutazione tra pari e le diverse forme di feedback continuo, legate alle ordinarie attività didattiche, nell'ottica di una valutazione come apprendimento.

Come ha detto Pietro Lucisano, in un suo bellissimo contributo all'interno dei recenti percorsi formativi organizzati dal Miur "Nessuno cresce perché lo misuriamo spesso", così come nessuno dimagrisce perché si pesa di continuo.

Intanto, proprio da ieri sera, i nostri bambini hanno a disposizione, nella classe virtuale, il nuovo documento per l'autovalutazione periodica (primo quadrimestre), affinché possano iniziare a rifletterci anche con le famiglie, in attesa della compilazione che sarà proposta dalle colleghe, in classe, lunedì. 

Il documento è costruito in linea con quelli proposti in prima e seconda, che riportavano già quattro livelli (gli stessi pallini dell'autovalutazione in itinere), ma è arricchito dagli obiettivi di apprendimento declinati per i bambini che, ormai, essendo in terza, ci si possono rapportare in modo più diretto.

Il documento è pensato come strumento in preparazione dei colloqui con i bambini.  È un tempo dedicato in cui si ritorna sui diversi aspetti dell'autovalutazione in forma dialogica e in cui esprimiamo e argomentiamo il nostro accordo o disaccordo, sempre con l'attenzione al nostro compito: promuovere la crescita di ognuno.

 

Altri post su Nuova ordinanza sulla valutazione:
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giovedì 28 gennaio 2021

Il nostro compito davanti alla Memoria

Leggo numerose riflessioni sul senso della Giornata della Memoria, soprattutto davanti ai tanti eventi di oggi che denunciano una deriva di umanità e ai quali si assiste in silenzio, oggi come allora.

Sono convinta che l'attenzione all'altro, i valori, la capacità di fare la cosa giusta al momento giusto, di scegliere la differenza all'indifferenza, si costruiscano tutti i giorni e, prima di ogni cosa, con ciò che siamo, ma credo anche che le ricorrenze - alcune, ben selezionate e accolte con competenza e attenzione - siano fondamentali per i necessari affondi nella storia e nel significato profondo di ogni articolo della nostra Costituzione, che rischierebbero di non trovare mai adeguato spazio.
 
Poi, certo, c'è un troppo, tipico di questo tempo, che ha davvero poco senso se poi si torna immediatamente, come troppo spesso accade, a fare una scuola fuori dai fatti del mondo e troppo frettolosa davanti a ciò che rende necessario sostare.

Ma è importante ricordare, e in questo ci vengono in aiuto le parole di Paulo Freire, che "L'educazione non cambia il mondo, cambia le persone che cambiano il mondo". Ed è questa consapevolezza che deve aiutarci a non scoraggiarci e a concentrarci sul nostro compito con ancora maggiore intenzionalità.

Arrenderci davanti al presente ci immobilizza nella nostra impotenza. Ma se saremo capaci di sognarli, i nostri studenti, e di allungare il nostro sguardo; se a farlo sarà la scuola tutta, estendendosi sul territorio, è possibile che domani avremo davanti uomini e donne migliori di noi, cittadini più attenti agli effetti del loro voto, posizioni di potere occupate da persone capaci di vedere l'uomo prima di ogni cosa.

Ottimista? No, so bene quali siano le forze contrarie che intervengono da qui al futuro. Ma se noi, scoraggiati, perdiamo la convinzione del valore della nostra semina davanti alle politiche a cui assistiamo, perderemo anche quei buoni frutti che sono la nostra unica speranza.

Io, ogni giorno, guardo con questi occhi Toma, Chiara, Riccardo, Nicola, Viola, Emma... ognuno dei miei bambini. Li guardo e vedo i bambini che sono e le donne e gli uomini che saranno. 

Così, se anche assisto con una sensazione di sconfitta e vero dolore alle tragedie di oggi, continuo a concentrarmi sul mio compito perché so che è quello che mi è stato consegnato per fare la mia parte e che è l'unico che trasforma la mia condizione di impotente.

sabato 23 gennaio 2021

I bambini devono saperlo: non si può essere uguali

Riporto integralmente un mio post pubblicato il primo maggio 2019, perché ritengo sempre più importante che noi adulti guidiamo i nostri bambini nel comprendere che l'uguaglianza non è effetto del fare parti uguali tra disuguali, ma dell'attenzione ai bisogni e alla storia di ognuno.


A volte, in classe, agli occhi dei bambini, e talvolta dei genitori, possiamo sembrare ingiusti. 
Ma giustizia non significa dare a tutti le stesse cose. Certo, l'ideale sarebbe rimuovere completamente qualunque causa di disuguaglianza, ma non sempre questo dipende da noi, o ne siamo capaci. Perciò, intanto, dobbiamo impegnarci per l'equità: dare ad ognuno quello di cui ha bisogno.
Questo va spiegato ai bambini e alle loro famiglie. Va spiegato che non solo non diamo a ognuno le stesse cose ma che, aggiungo, non ci aspettiamo le stesse risposte da tutti. Questo perché, se è vero che siamo - o dovremmo essere - tutti uguali davanti ai diritti, non può essere mai dimenticato che siamo tutti diversi.
Questo è molto importante quando ragioniamo di apprendimento: tutti devono essere messi nella condizione di esprimere il proprio massimo, e deve essere chiaro che è questa l'unica richiesta che possiamo fare ad ognuno. Niente di meno, niente di più.
Così mi piace sempre, in classe, fare riferimento alla parabola dei talenti, ed è usuale che ci ritorni rappresentandoli alla lavagna con un segmento. Questo è il modo più semplice che ho trovato per spiegare ai bambini che ciò che conta non è la lunghezza del segmento, quanto il lavoro che ognuno di noi fa per accrescere il proprio. Conta il percorso che faccio. Quanto mi sposto dal mio segmento di partenza. Conta il movimento. 
Perciò, quando un bambino rimane sorpreso, anche semplicemente davanti a un applauso che esplode naturalmente con un compagno che esprime difficoltà nell'apprendimento, potrà riconoscerne il giusto valore e unirsi con gioia a quell'applauso; così come imparerà a non considerarci ingiusti quando rifiutiamo di offrirgli gli stessi strumenti che mettiamo subito a disposizione di un altro compagno. E, piano piano, comprenderà anche le nostre richieste quando, davanti a un talento spiccato, non dovessimo registrare movimento. È lì che apprezziamo l'impegno. Quello che in classe già chiamiamo "essere attivi davanti all'apprendimento".

sabato 2 gennaio 2021

Anticipare o preparare?

Non amo anticipare. Ed è il motivo per cui al termine anticipare preferisco sempre quello di preparare.
Sarà perché continuo ad osservare gli effetti negativi sulla motivazione nel dare le risposte prima che gli studenti si siano fatti le domande, e lo si fa davanti a un involucro chiuso
In questo modo, non solo viene meno l'insegnamento di Freinet "non si può dare da bere a un cavallo che non ha sete", ma si rischia di compromettere la costruzione della passione per il sapere.

C'è un richiamo alla vita quotidiana che secondo me chiarisce bene. Se compriamo un elettrodomestico, non andiamo a leggere tutte le istruzioni senza avere aperto la confezione. Prima lo apriamo, lo osserviamo, guardiamo i vari pulsanti, cerchiamo di intuirne le funzioni. Infine, torniamo sulle istruzioni per leggere con attenzione ed assicurarci che non ci sia sfuggito niente di importante su funzionamento e comandi e altre indicazioni, soprattutto quelle che ci consentono un uso in sicurezza. Così le riponiamo in un cassetto sicuro, al quale sappiamo di poter ricorrere se ci sfugge ancora qualcosa, o semplicemente per tornare su quelle informazioni che potrebbero esserci utili in situazioni particolari.
Mi scuso per la semplificazione, ma credo che renda.

Spesso, in classe, è come se posizionassimo una scatola chiusa davanti ai nostri studenti, una scatola che crea grande curiosità, ma la teniamo lì per un tempo infinito, fino a descrivere con le nostre parole tutto di ciò che si trova all'interno, chiedendo lo sforzo di immaginare quel contenuto di cui i nostri studenti non conoscono neanche la forma.
Quando finalmente apriamo la confezione, inevitabilmente, li abbiamo già persi.

Preparare è altro. Arrivato il momento della lezione, stimoliamo la curiosità, con un primo avvicinamento a ciò che sarà oggetto della proposta. Mi piace parlare di perturbazione, di rottura di un equilibrio che mette in movimento verso la scoperta autonoma, ma sempre dopo aver creato le condizioni organizzative perché l'attività possa svolgersi: materiali, formazione dei gruppi, riorganizzazione degli spazi, definizione dei tempi... per poi liberare. È il momento in cui si lascia spazio alla scoperta, senza temere gli errori, sapendo che su tutto si tornerà alla fine, con la restituzione guidata da alcune domande: come abbiamo funzionato? come ci siamo organizzati? cosa abbiamo scoperto? come abbiamo ragionato? quali sono state le difficoltà?... e con i necessari interventi correttivi (riposizionamento) e approfondimenti.

In questo caso, la motivazione resta alta. Le consegne sono chiare, gli studenti hanno i materiali a disposizione che possono integrare con quanto tornerà loro necessario. Si muovono sereni, integrano le loro competenze, si contaminano, sanno che non c'è un voto ad attenderli, ma una riflessione guidata che ha un solo obiettivo: far crescere tutti.
E vivono le esperienze completamente perché sanno che nel momento in cui gli viene passata la palla, questa resta nelle loro mani fino alla fine della partita.

Ma c'è un'altra preparazione, a me molto cara, sempre di più, fino ad essere arrivata a considerarla parte delle competenze fondamentali del docente. Si tratta delle anticipazioni cognitive, quelle che, visto il ruolo che assumono, ho sempre chiamato funzionali. Sono quelle che proponiamo, in modo non programmato, imparando a valorizzare il quotidiano, ciò di cui sono portatori i bambini, ciò che ci arriva dal mondo. Quelle che, se usate con consapevolezza e in modo ricorsivo, diventano risorsa fondamentale e vanno a costruire in modo morbido quelle preconoscenze che diventano bagaglio indispensabile per tanti saperi e abilità la cui appropriazione diventa complessa fuori dai contesti significativi.

Certo, significa capacità di intercettare le occasioni, di utilizzarle con consapevolezza, e comporta una conoscenza accurata delle Indicazioni Nazionali, chiarezza di ciò che vogliamo costruire - non oggi, non quest'anno, ma nei cinque anni, negli otto, nella vita - e capacità di isolare quei saperi che, più di altri, di queste anticipazioni hanno bisogno per raggiungere un'appropriazione solida. Perché se è vero che bisogna diventare capaci ad aprire, tanto dobbiamo esserlo a selezionare e, se necessario, a tenere fuori.
Nel mio caso, ne faccio largo uso nella riflessione sulla lingua e in campo logico-matematico. Per questo, mi è capitato spesso di parlarne sul blog.

Mi ricordo di un prezzo che, mentre camminavo verso la scuola, cercavo di staccare da un mappamondo gonfiabile comprato per la classe, che poi ho rincollato, in tutta fretta, illuminata da ciò che avrei potuto farne con la mia prima elementare (Un mappamondo, un prezzo e la voglia di provocare un po'), ma anche tutte le volte in cui, impegnati a raccogliere le quote per qualche attività, ci fermiamo sugli euro. Da poco, sono stati occasione per ragionare ancora sui multipli e sui sottomultipli, sul concetto di intero, su decimali e trasformazioni, in modo così naturale da rendere inutile qualunque anticipazione o accertamento delle preconoscenze nel momento in cui saranno proprio quei saperi ad essere oggetto specifico delle nostre proposte.

Perché tutta questa riflessione? Da un lato per il desiderio di fermarmi ancora su un aspetto a me molto caro: la motivazione si costruisce ed è un motore potentissimo; dall'altro perché, riflettendo su questi temi, ragionavo sull'importanza irrinunciabile della stabilità dell'organico. Qual è il nesso? - direte voi. Il nesso è che la conquista di uno sguardo lungo arriva quando, grazie alla stabilità, si iniziano a toccare con mano gli effetti di queste scelte nel tempo, in termini di motivazione e di appropriazione di conoscenze e abilità, e si inizia a comprendere davvero che non si costruisce mai una volta per tutte, ma avendo cura di fermarsi a valorizzare tutto ciò che ha significato nel momento giusto, sapendo che poi si darà spazio all'apprendimento organizzato.

Questo modifica l'insegnante, le scelte che fa, il suo rapporto con il programma e con i libri di testo, quello con il tempo e con tutto ciò che arriva fuori dalla scuola.
Questo aiuta, per dirla con Meirieu, a passare dalle conoscenze all'apprendimento. 
 
Alice raccoglie, raggruppa e registra i soldi dell'assicurazione

Alice raggruppa euro con euro e centesimi con centesimi

Alice esegue la trasformazione che consente di completare la somma

 

giovedì 12 novembre 2020

Consegnare la verità

È ora della revisione tra pari, una pratica che sta prendendo sempre più spazio, anche perché, durante la didattica a distanza, è stato grazie a questa che siamo riusciti a mantenere una dimensione sociale dell'apprendimento e a custodire le "contaminazioni" tra i bambini, quelle a cui ormai riconosciamo una forza straordinaria.
A volte sono revisioni più strutturate, che arrivano dopo aver stabilito insieme che cosa osservare e aver costruito strumenti ad hoc; altre sono più leggere, aperte.
A essere molto importante, qualunque sia la forma, è il momento in cui la parola sui lavori passa ai bambini, che condividono e argomentano le loro rilevazioni.
Oggi, il nostro compito era quello di visionare in classe i video condivisi da ognuno in preparazione del Contest "Io leggo perché". Era una revisione di secondo livello, perché i bambini, già ieri sera, muniti di una tabella che avevo consegnato loro, con nomi dei compagni e lavori svolti, dovevano analizzare i video e indicare, per ognuno, osservazioni e consigli.
In questa fase, ripreso in esame ogni video, era il momento di condividere quanto registrato e di offrire una restituzione comune che, in più casi, ha invitato i bambini a tornare sul lavoro con dei correttivi ritenuti importanti.
Ogni osservazione è stata rivolta ai compagni sempre con grande attenzione alle parole perché, quando le mie consegne prevedono proposte di questo tipo, mi soffermo sempre molto sul modo in cui va offerto il proprio sguardo. Deve essere chiaro che ciò che conta è consegnare strumenti per migliorare.
Per questo, ma certamente anche per l'attenzione e l'empatia che crescono, i bambini si sono abituati a partire sempre dagli apprezzamenti, dalla bellezza; tanto che, davanti alla fragilità, ho iniziato a percepire la loro difficoltà a consegnare la verità. Non è facile alla loro età comprendere che è possibile custodire gentilezza e verità insieme.
Così è accaduto che, questa mattina, arrivato il momento di esprimersi su un compagno che ha condiviso un lavoro visibilmente debole, abbiamo raccolto tantissimi apprezzamenti che non rispecchiavano ciò che osservavamo e che, di conseguenza, davano un messaggio disorientante al bambino che, durante il video, ho sorpreso osservare sé stesso con perplessità.
A quel punto, da educatrice, ho sentito l'urgenza di trovare il modo di intervenire, ben sapendo quanto sia difficile mostrare ai bambini alcuni confini particolarmente sottili.
Ma il lavoro non rappresentava neanche lontanamente ciò che il bambino avrebbe potuto esprimere se avesse lavorato davvero sulla consegna e io so bene di non potermi sottrarre da uno dei miei compiti più importanti: aiutare ogni mio alunno a conoscersi, a mettere a fuoco le proprie forze ma anche le proprie debolezze, perché solo mettendole a fuoco è possibile trovare il modo di superarle.
Ho scelto di essere sincera. Contravvenendo alle regole, che mi impediscono di toccare i bambini in tempo di covid-19, mi sono igienizzata, e ho raggiunto il bambino nel suo banco, l'ho preso per mano e l'ho tenuto con me.
- Non gli state dicendo la verità - ho detto ai compagni che, a quel punto, sapevo che mi avrebbero guardato con molta attenzione. - Questa non è la verità – Ho ribadito. E con il mio sguardo rivolto al bambino, ma anche alla classe, perché in nessun modo si potesse fraintendere il difficile compito che mi ero assunta, ho continuato: - Voler bene è prima di tutto volere il bene dell'altro. Dare modo all’altro di vedersi perché possa fare sempre meglio. Con le vostre parole, avete scelto la gentilezza, ma state venendo meno al compito di aiutare il vostro compagno che può, e quindi deve, fare tanto di più. Lui stesso lo sa. Quando qualcosa ci mette in difficoltà, possiamo ridurre il nostro lavoro, concentrarci su una piccola attività, ma su quella dobbiamo investire tutte le nostre energie perché in quel risultato dobbiamo poter vedere il massimo che sappiamo di poter esprimere. 
- Quindi - e mi sono rivolta nuovamente al bambino - farai solo un pezzo piccolo, ma lo dovrai presentare mettendo in questo lavoro il massimo del tuo impegno, lavorandoci ogni giorno più volte al giorno, fino a quando sarà pronto. Noi ti aspettiamo un'altra settimana.
Poi, rivolgendomi di nuovo alla classe, ho aggiunto: - Io, anche quando è faticoso, vi consegno sempre quello che vedo davvero e vi chiedo sempre di più. Questo per me è credere in voi e desiderare che siate sempre il meglio di ciò che potete essere.
Adesso - ho concluso, rivolgendomi al bambino - ti diamo tutti i consigli necessari e ti aiuteremo ogni giorno in modo che quando sarai di nuovo davanti al tuo lavoro, tu possa essere felice.
- Io so che ce la fai. Lo so – ho aggiunto a bassa voce.
Abbiamo ripreso con gli ultimi lavori, ma io ormai aspettavo di tornare in quel banco per sostenere e rassicurare ancora.
È difficile essere maestri. Certi giorni di più. Ma quando scegli di costruire, con ognuno, sempre, sai bene che il tuo compito ti mette davanti a scelte continue. Se sono pesanti le responsabilità di chi non sa costruire tranquillità, non lo sono meno quelle di chi, per farlo, si accontenta.
Mi piace pensare che, oggi, i bambini abbiano imparato che la gentilezza può camminare insieme alla verità perché il bene, quello vero, non sottrae possibilità.
Consegnare sincerità è il regalo più prezioso che possiamo fare agli altri e il più prezioso che possiamo ricevere. E credo che sia questo a dirci tanto del rispetto che proviamo per ognuno.

lunedì 2 novembre 2020

Quando i puntini verdi non bastano

Non metto niente sui quaderni dei bambini. Mai numeri, mai giudizi. Se lo facessi, dovrei farlo sempre e con tutti perché i bambini ci guardano. Da moltissimo tempo, sui lavori dei miei bambini, ci sono solo puntini verdi, laddove necessario, che invitano a ricontrollare ancora; qualche volta un consiglio o un promemoria. È una scelta che è diventata definitiva con A. e M. due mie bambine di diversi anni fa, che sedevano accanto e che mi avevano sollecitato tante nuove riflessioni. I miei alunni non ci fanno caso, non si impegnano meno. Per loro è normale, lavorano per il piacere di lavorare. E da fuori, ormai, pressioni di questo tipo non ne arrivano più. Ciò che faccio è sostare con loro, per consegnare riflessioni dirette, suggerimenti di lavoro, apprezzamenti. Li aiuto a vedere ciò che non vedono, a mettere a fuoco ciò su cui devono lavorare di più. Sono molto esigente, e questo lo sanno. Insieme torniamo su rilevazioni utili a tutti, sugli errori ricorrenti; ancora insieme ci mettiamo davanti alle griglie per ragionare su che cosa occorra osservare in quel determinato lavoro...
Ma poi succede che ci sia una frase che non riesco proprio a trattenere, come questa mattina. Ed è mentre ripercorro e leggo la determinazione di chi partiva svantaggiato, di chi per ogni piccola cosa ha dovuto faticare tanto di più. Così la lascio perché sì, mi sento orgogliosa, e perché credo davvero che ci siano bambini capaci di essere un esempio per tutti noi. Dirglielo diventa necessario.
 

sabato 24 ottobre 2020

Riflessione oltre la classe, con l'orecchio rivolto ai bambini, ai ragazzi, ai nostri giovani adulti

Ho parlato pochissimo di scuola e di scelte legate al Covid-19. Ho solo risposto con pieno rispetto delle regole e con tutto il mio impegno per garantire la scuola ai bambini, sempre attenta a custodire lo spazio per la socialità, per quel crescere insieme, che la rende un contesto così importante, oltre i saperi che trasmette. L'ho fatto durante il lockdown, senza sosta. Lo sto facendo oggi, ancora senza sosta.
Quando ho preso la parola, è stato per raccontare la scuola da dentro, la forma delle nostre risposte. Nulla più. Negli ultimi anni, e ora più che mai, mi è stato sempre più chiaro che quel che conta per me è tenermi concentrata, canalizzare le energie. È rispondere a ciò che non mi convince con il mio essere maestra ogni giorno, impegnandomi al meglio per il compito che mi è affidato.
Meno che mai, ho amato le barricate dei mesi estivi che contrapponevano una nuova scuola, la digitalizzata, a quella tradizionale, come se si potesse ragionare con la contrapposizione e non con l'integrazione. Come se si potesse rinunciare a una scuola aperta al mondo, agli strumenti del nostro tempo, al valorizzare i diversi linguaggi, a fare spazio agli studenti, alla loro capacità di ideare, progettare, costruire. Che poi è quello che ci hanno insegnato i grandi maestri. Quelli che richiamiamo a gran voce ogni volta che la loro eredità ci è utile, ma che non siamo capaci di immaginare nello scenario attuale.
Tuttavia, oggi, a stare zitta non ci riesco. Sarà un po' colpa del compleanno di Gianni Rodari, che ha rimesso in movimento tanti pensieri, tra cui la convinzione, forse solo presunzione, di avere un mio orecchio verde, rimasto acerbo, che capisce più le voci dei bambini, ma anche i loro silenzi, e quelli dei ragazzi.
E sto male a guardarli, a vedere il loro malessere che si fa sempre più importante e che non sanno che farne. Prima lo hanno retto, era temporaneo, ora lo vedono estendersi a trasformare le loro vite.
Mentre noi adulti, sempre noi, parliamo di scuole aperte o di didattica a distanza, sentenziamo su scuole superiori e università chiuse, sullo smart working, sui luoghi della socialità, sugli spostamenti da sospendere.
E lo facciamo incastrati in ragionamenti infiniti che non riservano nessun tempo all'ascolto. Non vediamo Giulio, che vive chiuso in casa tutto il giorno, con un fratello più grande violento e una madre separata che non sa come mettere insieme i soldi del pranzo. Non vediamo Federica, che combatte con la sua adolescenza difficile e che ora che interagisce quasi solo da smartphone, si dispera davanti ai messaggi senza risposta o ai suoi post senza mai una reazione. Non vediamo Carla, che quest'anno doveva entrare all'Università, un progetto nel quale aveva investito tanti sogni: spostarsi da casa, la vita con le coinquiline, uno studio finalmente autonomo e tra nuovi studenti, e che invece dovrà restare a casa, davanti a uno schermo; non vediamo Marta, che invece dentro la didattica a distanza si sente bene, così finalmente non esco, non mi vesto, non devo gestirmi quelle faticose relazioni sociali; non vediamo Giacomo, al quale abbiamo consegnato un mondo con le frontiere aperte, con bagaglio sempre pronto e tante lingue, che ha costruito un percorso basato sugli spostamenti e che oggi, vede spegnersi un'opportunità dietro l'altra, mentre la sua ragazza sta dall'altra parte del mondo e non riesce a raggiungerla da febbraio; non vediamo Alessandro, che ha finalmente trovato un lavoro, e che nel giro di un attimo è già in smart working, a confrontarsi con richieste completamente nuove e con colleghi che ancora non conosce; non vediamo Tania che ha capito che non era più tempo di aspettare un lavoro a tempo indeterminato e ha deciso di aprire un'attività, e che tutti i giorni trema di disperazione, alle notizie di una nuova chiusura o di un coprifuoco, ed lì che combatte tra il mollare tutto e il resistere, con notti in bianco perché non sa più come pagare le spese. E non vediamo Giulio, che due mesi fa ha perso il padre per un terribile tumore e che ciondola solitario, senza chiedersi neanche più cosa può fare.
Non li vediamo.
Non li vediamo perché abbiamo dimenticato che siamo figli delle alleanze costruite con i compagni di banco, di una chiacchierata speciale, occhi negli occhi con un insegnante che ha saputo vederci; delle botte fuori di scuola, delle assemblee di istituto, dei comitati studenteschi, degli scioperi, del gruppo del cineforum, dei nostri circoli, dei contesti lavorativi che ci hanno saputo offrire modelli importanti, e di quelli fatti di scontri, che ci hanno aiutato a scegliere chi volevamo essere e ci hanno aiutato a definirei il nostro pensiero.
Abbiamo dimenticato che siamo effetto delle nostre trasgressioni, di aver gestito con gli amici gioie e paure. Che abbiamo appreso osservando più che da qualunque chiacchiera.
Cosa voglio dire? La situazione è questa. Stiamo vivendo una pandemia, un'emergenza sanitaria, e la salute, la vita, vengono prima di ogni cosa.
Come non essere d'accordo? È ciò che io stessa sostengo.
Ma confrontiamoci guardandoli, ascoltandoli con l'orecchio giusto, i nostri bambini, i ragazzi, i nostri giovani adulti. Lavoriamo attenti ai loro bisogni. Solo la consapevolezza e l'attenzione a ciò che non possiamo cancellare, a ciò che abbiamo il dovere di restituire (di consegnare?), può cambiare lo sguardo con cui sosteniamo ogni scelta oggi e ci affida la bussola necessaria a chi adotta uno sguardo lungo.
La pandemia è qui. Ma la disattenzione che stiamo esprimendo mi fa vergognare. Ci dice che insieme alla serenità di oggi, c'è una leggerezza che compromette il domani. E tutto, con la convinzione di manovrare nel modo migliore, mentre non facciamo che aggiustare.
"Il trauma è un'occasione di veggenza. Ci sono i risvegliati e i dormienti." Mettiamoci dalla parte dei risvegliati e investiamo energie per immaginare in modo nuovo.